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Articolo 21 - Notizie
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Francesco Paola
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Per la "società aperta". Un invito al Partito liberale tedesco PDF Stampa E-mail
mercoledì 21 settembre 2005

Il successo elettorale dei socialdemocratici tedeschi è certamente, prima di tutto, una affermazione personale di Gerhard Schröder, in un momento di grande difficoltà economica e sociale. La  Germania ha saputo resistere alle tentazioni dell'apparente novità di chi proponeva una "svolta" di tipo neo-liberista e questo concorre a dare nuove speranze, per un cambiamento complessivo dei modi di vita e di pensare, a livello globale. (continua)

Occorre affermare che la credibilità dei cristiano-democratici, e  di Angela Merkel, candidata alla cancelleria, è assai superiore, come evidente, nel suo complesso, al "rassemblement" populista e di
estrema destra di cui, in consistente parte, sono purtroppo espressione i ceti dirigenti dell'attuale destra italiana.

L'affermazione della SDP è, per tali ragioni, ancora più ragguardevole. Ma quanto accade in Germania va letto in una prospettiva più ampia: nella prospettiva della costruzione di una "società aperta", di una Europa, cioè, non rinserrata in se stessa e condannata per ciò stesso, alla implosione, ma aperta verso la integrazione inter-culturale.

In questo senso, il perdurante (e per certi versi rafforzato) confessionalismo della unione cristiano-democratica, che si è concretato, in campagna elettorale, nella chiusura, ad esempio, all'inclusione della Turchia in Europa (riprendendo, in questo, una posizione assai simile a quella portata avanti dai vertici della confessione cattolica), escono certamente perdenti.

Il risultato elettorale pone tuttavia la Germania dinanzi ad un bivio: e non sarà certo la migliore delle soluzioni possibili quella che viene definita "grande alleanza" tra cristiano-democratici e SDP; questo a cagione, proprio, della inclusione, nel governo, di sedimenti confessionali che costituirebbero un anticorpo permanente verso la realizzazione di politiche avanzate.

L'unica soluzione possibile è allora quella di un governo tra i liberali e i socialdemocratici.

Il Partito liberale tedesco (Fdp), rifondato nel 1945, è erede delle esperienze dei decenni precedenti (dai gruppi liberali dell?Assemblea di Francoforte del 1848 alla Ddp di Max Weber),  e ha ricoperto il ruolo di terza forza dello scenario politico tedesco tra la Cdu-Csu di cui condivideva le impostazioni nel campo economico sostanzialmente liberista e la Spd a cui era più affine nel campo dell'affermazione e della difesa dei diritti civili e politici e, a partire dagli anni '60, anche la
necessità di una maggiore apertura politica nei confronti dell'Est.

Su questa seconda questione si basarono le coalizioni Spd-Fdp del periodo 1969-1982. L'influenza della Fdp fu direttamente proporzionale all'azione ed alla popolarità dei suoi due più importanti leader, Scheel e Genscher.
 
Sheel e Genscher furono entrambi ministri degli Esteri aperti al dialogo con l'Europa comunista anche, come nel caso di Genscher nel 1987, in opposizione con il partner di governo cristiano-democratico H. Kohl.

Nel 1982 vi fu la rottura dellaccordo con la Spd e il ritorno alla coalizione con la Cdu-Csu.

Le condizioni storiche sono le medesime, oggi, di quelle che condussero all'accordo politico del 1969: occorrono scelte coraggiose sui temi essenziali della apertura inter-culturale, per il mantenimento e il rafforzamento dei diritti civili e, al contempo, dello stato sociale.

L'assenza di elementi di ispirazione confessionale dal governo si rivela essenziale per il raggiungimento di questi obiettivi e per evitare situazioni di stallo politico del tutto improduttive.

Un'altra ragione, altrettanto essenziale: ciò che accade in Germania riguarda l'Europa, l'Italia, la società globale, nel suo complesso. Qualsiasi scelta politica avrà riflessi diretti sulla stabilità mondiale, sulla pace -che include anche la capacità, da parte di forze sovranazionali, di intervenire laddove i diritti umani fondamentali risultino gravemente violati-, sulla affermazione di regole globali di corretta concorrenza, sullo sviluppo, per la soluzione dei temi essenziali dei conflitti di interesse, per la istituzione di organismi internazionali dotati di indipendenza e di poteri di intervento, sui temi essenziali. Un impegno globale contro le derive confessionali di taglio fondamentalista vanno di pari passo, al punto che una forza politica potrà definirsi politicamente affidabile in proporzione alla assenza, al proprio interno, di situazioni di influenza o di condizionamento di questa natura.

I "Democratici Solidali Liberali" rivolgono un invito al Partito Liberale tedesco affinchè consideri
tutte queste ragioni, faccia prevalere la sua matrice culturale, che è fatta di impegno costante per i diritti civili e per la "società aperta", ed apra una discussione franca, al proprio interno, per un accordo di governo con il partito socialdemocratico tedesco.


Grass: "Con Schroeder, fino in fondo La Germania ha bisogno di lui"
di ANDREA TARQUINI - da "La Repubblica" del 16.09.2005
Intervista con lo scrittore, coscienza critica della sinistra tedesca: Nel '69 ci mobilitammo per l'Ostpolitik, oggi per la pace"

MONACO - "Io, Guenter Grass, mi batto fino all'ultimo per Schroeder. Con altri intellettuali, e per la prima volta anche con gli scrittori giovani, la nouvelle vague della letteratura tedesca. Rivivo il 1969, quando facemmo campagna per Willy Brandt. Oggi come allora, c'è un leader coraggioso che merita il nostro impegno. Un leader che forse la sinistra non ha capito appieno".

Grass è l'eterna coscienza critica della Germania. Lo ascoltiamo al bistrò del vecchio mattatoio di Monaco, mentre il fumo della sua pipa tinge di blu il locale denso di odori misti di birra e vino. Qui, nel bastione conservatore di Stoiber, è venuto a tenere il suo comizio più importante. Al suo fianco, nella battaglia degli intellettuali per Schroeder, ha i vecchi compagni dell'intelligentsija pro-Spd, da Johan Strasser a Tilman Spengler. E le nuove leve, da Juli Zeh a Eva Menasse a Benjamin Lebert, i migliori giovani scrittori della "Repubblica di Berlino".

Signor Grass, con Schroeder forse al tramonto gli intellettuali di sinistra ritrovano l'entusiasmo militante della campagna per Brandt nel '69?
"Sì. Anche allora l'impegno era discusso, controverso. Forse più di oggi. Ricordo ancora quei giorni: all'inizio pochi autori erano pronti a sostenere l'impegno politico. Poi vennero, sempre più numerosi. Lo stesso Heinrich Böll all'inizio esitò a schierarsi. Si decise a farlo in appoggio alla Ostpolitik di Brandt, la politica di distensione verso l'Est. E oggi la politica di pace di Schroeder è un elemento costitutivo del nostro impegno: grazie a lui la Germania si è risparmiata un invio di truppe in Iraq a fianco di Bush. Con tutte le conseguenze che avrebbe avuto, come il terrorismo in casa".

Quali strati sociali sperate di mobilitare e convincere?
"E' un pubblico molto misto. Lo vedo a ogni comizio. Vengono i lavoratori, il tradizionale popolo della Spd, ma anche molti cosiddetti borghesi colti. Vengono ad ascoltare voci diverse, quelle di noi letterati".

L'ideale della socialdemocrazia è in crisi?
"E' uno sviluppo che coinvolge tutta l'Europa. Il neoliberalismo ha dato la sinistra per morta, e la sinistra in parte si è lasciata intimidire. Ma ora si è messa in moto una controtendenza. Una consapevolezza che la globalizzazione e le sue conseguenze non sono destino, ma opera degli uomini, e che le terribili conseguenze sociali della globalizzazione vanno contrastate. E' possibile solo con i partiti socialisti e socialdemocratici, eredi dell'illuminismo".

All'inizio, lei criticava le simpatie neoliberali di Schroeder...
"All'inizio, certo, Schroeder ha stretto un'intesa con Tony Blair su una svolta neoliberale delle socialdemocrazie. Non ha funzionato, non può funzionare".

E adesso perchè lo appoggia?
"Perchè è cresciuto e maturato facendo il cancelliere. Ha acquistato statura, anche in politica estera. Apprezzo il suo tratto umano, la sua capacità di ascoltare. Ho partecipato a molti incontri tra lui e gli intellettuali, da lui promossi. Avrebbe potuto usare questi incontri come addobbo della sua immagine, sfruttarci per propaganda. Invece no: sa ascoltare e recepire quanto ascolta. Con lui non si parla al vento".

E come giudica Oskar Lafontaine?
"Di Lafontaine non voglio pensare più nulla. Per anni e anni l'ho appoggiato in tante campagne elettorali. E' un politico di grandi capacità, ma ha fatto una scelta orribile: spaccare la sinistra, la socialdemocrazia. Proprio l'esperienza storica della Germania, e di molti altri paesi, dovrebbe ricordarci a cosa porta la divisione della sinistra. No, guardi, io ho perso anche il rispetto personale
per lui. Attacca il cancelliere scrivendo a pagamento per la Bild: ai miei occhi si è definitivamente squalificato. E non credo che riscuoterà successo, dopo gli exploit iniziali. Spero che lo scisma venga superato".

Un'alternanza in democrazia è normale. Perchè lei guarda con tanto timore a una vittoria democristiana?
"Per l'estrema concentrazione di potere che loro si troverebbero in mano. Mi ricorda quando Adenauer aveva la maggioranza assoluta. E la Cdu-Csu controlla anche la Camera delle Regioni. Tanto potere non è un bene: spinge ad abusarne e all'impotenza totale dell'opposizione. Non sarebbe un bene nemmeno per la Cdu-Csu, ma loro sembrano non capirlo. Già si colgono segnali inquietanti: la scrittrice Eva Menasse, da quando ha cominciato a lavorare con noi intellettuali impegnati, non trova più spazio sulle pagine domenicali della Frankfurter. Inoltre, il governo rossoverde ci ha dato una Germania più aperta al mondo, non solo riforme sociali ed ecologiche. Questa svolta non è irreversibile: è una Germania che potremmo perdere, se vinceranno loro".

La rimonta della Spd è opera di Schroeder. Non le sembra che il partito abbia capito troppo poco e troppo tardi il valore del cancelliere?
"Schroeder è un politico d'azione per eccellenza. Ed è invece un vecchio vizio della socialdemocrazia, quando fa bene qualcosa, autoflagellarsi e dirsi che avrebbe potuto fare meglio. Spesso è difficile per la sinistra capire che i compromessi sono elemento costitutivo di una politica fattibile in democrazia. Schroeder, insisto, agisce. Dopo gli anni perduti dell'era Kohl, ha avviato riforme necessarie ma dolorose: tagli allo Stato sociale per farlo sopravvivere, non per abrogarlo. Sono riforme che fanno male, e che devono far male. E' un modo concreto di far politica, obbliga a risvegliarsi dai sogni delle ideologie. Impone di capire che tutte le ideologie sono morte, e solo il capitalismo è vivo e prospera. La politica delle riforme possibili di Schroeder è l'unica risposta non velleitaria. Sono grato alla vita di avere un cancelliere che affronta i problemi e non teme di varare riforme dolorose. E che, con il "no" a Bush sull'Iraq, ha usato per la prima volta la sovranità che la Germania ha appena riconquistato con la riunificazione".

Cosa pensa di Angela Merkel?
"E' una donna intelligente, e molto ambiziosa. L'ambizione l'ha spinta a emarginare diversi politici di grande talento nel suo partito, vedendo in loro degli avversari. Mi sorprende che al posto di un esperto di finanze come Friedich Merz abbia scelto Paul Kirchhoff, con le sue proposte assolutamente ingiuste di riforma fiscale. Al contrario di Schroeder, Frau Merkel non impara
dai suoi errori passati".

Cosa sarebbe una Germania del centrodestra per l'Italia e l'Europa?
"In Italia sarebbe un trionfo per Berlusconi. Non sarebbe un'altra Germania, ma una Germania con il rischio di abusi di potere. E una Germania pronta a seguire Bush in altre avventure del tipo di quella irachena".

 
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