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Francesco Paola
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Perchè la protesta dell'Unione contro la nuova legge elettorale non susciterà passione PDF Stampa E-mail
domenica 02 ottobre 2005

Abstract. L'assenza  di progetto politico e la gravissima crisi in cui versa la Repubblica deriva dalla sostanziale opacità dei meccanismi di accesso alla politica, da dirigenze di partito spesso auto-referenziali. L'attuale legge sul finanziamento dei partiti assicura al contempo abnormi rendite di posizione a soggetti politici dalla struttura, a volte, persino sostanzialmente familista ed unipersonale, e determina insostenibili "barriere di ingresso" alla politica, dai costi elevatissimi.  Buona parte di tali disfunzioni derivano dall'attuale legge elettorale. Sotto questi profili appare difficile pensare  possa suscitare entusiasmi la proposta di una mobilitazione democratica a difesa dell'attuale opaco sistema della gestione della politica italiana, ancorchè esso assicuri, per i meccanismi elettorali, una astratta maggiore governabilità rispetto al  ritorno al proporzionale. (continua)

Una opposizione strenua ai tentativi di "colpo di mano" costituzionali, sui temi della legge elettorale (e sugli altri, gravissimi, tuttora in corso), va necessariamente accompagnata alla formale rassicurazione, da parte della Unione, che tra le priorità di governo vi sarà l'impegno di rivedere in modo effettivo e serio i meccanismi di accesso alla politica e della democrazia nei partiti, insieme ad una riforma elettorale (nella consapevolezza che si tratta di situazioni complementari ed inscindibili) che salvaguardi il principio maggioritario ad esempio tramite l'introduzione di un doppio turno alla francese, insieme alla previsione di contrappesi costituzionali che prevengano il degrado di questi anni.

Testo.

Come del tutto prevedibile, le forze di destra attualmente al governo utilizzano considerevole parte delle energie parlamentari di quanto rimane della legislatura per la approvazione di ulteriori leggi "personali" (ad esempio la legge Cirielli - Vitale che, riducendo la prescrizione avrà effetti amnistiali sulla gran parte dei "white crime collars", o la legge che vieta la possibilità per le vittime dei reati di appellare le sentenze assolutorie), o sostanzialmente tese alla destabilizzazione del Paese, come nel caso della nota devoluzione costituzionale.

Sono state studiate, come prevedibile, anche ipotesi di riforma elettorale.

L'ultima di esse contempla un ritorno al sistema proporzionale con liste "bloccate", ovvero con candidati di esclusiva nomina delle direzioni dei partiti e senza preferenze.

Il sistema accresce ancora i poteri delle oligarchie di partito, ma non varia di molto, a ben riflettere, nella sostanza, quello che già esiste grazie alla attuale legge elettorale, nè il dato, fondamentale, della esistenza diffusa di "parlamentari-lacchè" (la definizione è di Gianfranco Pasquino), prescelti a prescindere da ogni effettiva competenza o valutazione comparativa.

Questo sistema elettorale attutirebbe, nelle intenzioni dei proponenti, le conseguenze della sconfitta alle prossime elezioni politiche del 2006.

Rispetto a tale ipotesi, come prevedibile l'Unione eleva alte proteste.

L'attuale sistema elettorale maggioritario accentua, difatti, le differenze percentuali tra le coalizioni e le traduce in una consistente maggioranza parlamentare, come è accaduto in questi anni per il centro destra.

In una democrazia "normale", l'ipotesi di un "colpo di mano" elettorale a pochi mesi dal voto (che peraltro sostanzialmente azzera il potere di scelta dei cittadini), avrebbe suscitato reazioni collettive vistose e spontanee, almeno pari a quanto avvenne nelle occasioni delle approvazioni delle prime leggi "personali" dell'attuale governo.

Resta il fatto, invece, che il tema non pare suscitare un particolare interesse, proprio a causa del fatto che l'attuale legge non appare differenziarsi di molto, quanto ai meccanismi di parteipazione demcratica, rispetto a quella in corso di approvazione: entrambe, vicine allo zero.

Lontanissimo, soprattutto appare il coinvolgimento emozionale e collettivo che spinse la larga maggioranza degli italiani a votare per la abrogazione delle norme sul sistema elettorale proporzionale (noto come Referendum Segni) del 1993.

Il fatto è che il voto referendario del 1993 -in un referendum che vide il consenso del 90% dei cittadini a riforme efficaci e serie, tese al rafforzamento della democrazia- era finalizzato ad assicurare governabilità, nell?equilibrio dei poteri, al Paese; e insieme fu un voto contro le degenerazioni dei partiti, e l?inquinamento sostanziale e diffuso della vita pubblica.

La legge che venne approvata dopo il referendum non solo non recepì queste attese ma, come evidenziato, sempre, dal prof. Pasquino, si tradusse in "una legge elettorale per la Camera riformulata ad uso di alcuni partiti e, grazie alla scheda proporzionale, anche alla salvezza politica di alcuni dirigenti".

L'attuale legge è, in conclusione, "criticabile nell'impianto e nella sostanza", con l'aggravante di avere determinato evidenti squilibri costituzionali che si sono tradotti in una sostanziale "tirannide della maggioranza".

Il tutto, nei contesti di un conflitto di interessi dagli effetti devastanti delle funzioni parlamentari e di governo gravissimi;  e senza alcun altro potere dello Stato dotato dei poteri di bilanciamento, per porre riparo ad evidenti eccessi e ai tentativi, in atto, di vera e propria abrogazione dell'assetto costituzionale.

Sotto altri profili, la legge elettorale attuale, accentuò in misura evidente lo strapotere delle segreterie dei partiti, in una sostanziale opacità sulle scelte essenziali dell'accesso dei cittadini alla politica  e della selezione della classe dirigente.

Al contempo, la vigente legge sui finanziamenti ai partiti pone delle "barriere di ingresso" alla politica elevatissime e consente, date tali premesse, che fondi di rilevante importo possano essere gestiti senza alcuna sostanziale garanzia di trasparenza da soggetti spesso privi di legittimazione sostanziale.

La crisi di progetto politico e la stessa gravissima crisi in cui versa la Repubblica deriva in misura prevalente da tali premesse.

Appare difficile pensare che possa suscitare entusiasmi la proposta di una mobilitazione democratica a difesa dell'attuale opaco sistema della gestione della politica italiana, ancorchè esso assicuri, per i meccanismi elettorali, una astratta maggiore governabilità di un ritorno al proporzionale.

L'impressione è che la situazione di squilibrio attuale, e la sfiducia nella attuale classe politica, possano ingenerare una sfiducia nei meccanismi partecipativi, nel loro complesso.

Non suscita particolare coinvolgimento emozionale, nonostante tutto, la richiesta di difendere meccanismi gravemente opachi come quelli di cui si fa espressione l'attuale legge elettorale.

Una opposizione strenua ai tentativi di "colpo di mano" costituzionali, sui temi della legge elettorale (e sugli altri, gravissimi, tuttora in corso), va necessariamente accompagnata alla formale promessa, da parte della Unione, di rivedere in modo effettivo e serio i meccanismi di accesso alla politica, da porre tra le priorità di governo.

Di pari passo (ma nella consapevolezza che si tratta di situazioni complementari e inscindibili tra loro) occorrerà procedere ad una riforma elettorale che salvaguardi il principio maggioritario ad esempio tramite l'introduzione di un doppio turno alla francese, insieme alla previsione di contrappesi costituzionali che prevengano il degrado di questi anni.

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L'analisi di Gianfranco Pasquino su Il Sole 24ore del 15 settembre 2005

http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=8HA5P


L'analisi di Giovanni Sartori su Il Corriere della Sera del 15 settembre 2005

http://newrassegna.camera.it/chiosco_new/pagweb/immagineFrame.asp?comeFrom=rassegna&currentArticle=8H9SS

 
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