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Francesco Paola
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Nove milioni e mezzo di cittadini attivi per il cambiamento e per la difesa della Costituzione PDF Stampa E-mail
domenica 19 luglio 2009

Nove milioni e mezzo di cittadini attivi per il cambiamento e per la
difesa della Costituzione e della Repubblica. Oltre il Referendum. Una
lettera aperta del Prof. Giovanni Guzzetta, già Presidente del Comitato
Referendario.

Carissimi,

con l’incontro del 9 luglio si è chiusa una fase del nostro impegno politico. Abbiamo fatto un’analisi approfondita della vicenda referendaria mettendo in evidenza luci e ombre.
Le ombre riguardano il clima che ha circondato la vicenda referendaria. Un clima di vera e propria emergenza democratica. Oggi la politica è rinchiusa in una cupola blindata circondata da tre bastioni che formano quello che ho chiamato un “triangolo diabolico”.
Il primo bastione è costituito dalla legge elettorale, che determina in modo verticistico e incontendibile gli accessi delle persone alla politica. (contina)

Il secondo bastione è costituito dal finanziamento pubblico dei partiti. La politica è l’unica “impresa” che è in grado di ricapitalizzarsi a piacere ogni qualvolta lo desideri. E’ in grado cioè di attingere ai fondi pubblici in maniera praticamente illimitata, attraverso decisioni consociative che si ripetono periodicamente.
Il terzo bastione è costituito da un’informazione stritolata dal duopolio Rai-Mediaset, in cui di interesse pubblico non c’è assolutamente più nulla.
Il combinato disposto di questi tre elementi è un’emergenza democratica, nel senso che il sistema politico può sopravvivere oggi, praticamente senza i cittadini. Virtualmente le astensioni elettorali potrebbero arrivare al 99,9 per cento, senza che i partiti siano costretti a modificare di un nulla lo stato di cose: continuando ad autofinanziarsi a piacere, a selezionare la classe dirigente a piacere, a gestire l’informazione (e la disinformazione) a piacere. A rimanere al sicuro nella cupola, protetti da questi tre bastioni.
Il movimento referendario si è schiantato contro questi tre bastioni: 1. nessuna risorsa per la campagna, salvo un rimborso in caso di raggiungimento del quorum (i partiti invece prendono rimborsi anche con l’uno per cento), l’ostilità espressa o celata di pressocchè tutto il ceto politico all’idea di colpire il porcellum (con eccezioni solo individuali: lo stesso PD non ha potuto/voluto fare nessuna campagna organizzata per il sì, anche per il consistente dissenso interno sulla linea ufficiale); l’omertà scientifica dell’informazione (tanto per fare un esempio sui dati diffusi dal Garante della comunicazione: nel periodo I-20 giugno, il grosso della campagna, i principali telegiornali di tutte e tre le reti Rai hanno dedicato al referendum complessivamente soltanto 9 minuti!).
Noi abbiamo certamente fatto degli errori, ma l’impenetrabilità della cupola è tale che ci sarebbe stato bisogno del concorso di un’infinità di concause stimolanti perché si producesse un effetto diverso.
Il nostro errore è stato probabilmente quello di scommettere su di una indignazione attiva dei cittadini, mentre abbiamo constatato che l’apatia e la rassegnazione sono assai più radicati di quanto pensassimo e che molti cittadini hanno percepito il referendum insufficiente a ribaltare questa situazione. Anche se il fatto che a cinque giorni dal voto la metà degli elettori non sapessero nemmeno che ci sarebbe stato un referendum rende anche questa diagnosi tutt’altro che scontata.
Ma ci sono anche le luci. La principale è costituita dalla mobilitazione di nove milioni e mezzo di cittadini per il sì. I quali non sono stati convocati da nessuno (certo non dai partiti che non si sono mobilitati), se non dalla nostra idea e dalla nostra credibilità. Lo abbiamo detto tante volte: nove milioni e mezzo sono più della somma dei votanti di Lega, UDC, IDV, Sinistra e Libertà e Rifondazione Comunista. Una bella cifra.
Oggi sappiamo che questi cittadini ci sono e che ragionano con la propria testa, continuando a coltivare la speranza del cambiamento. Questi cittadini sono il nostro riferimento ideale.
Nell’incontro del 9 luglio abbiamo messo in chiaro alcune cose:
1. Il comitato referendario doveva sciogliersi perché la sua ragione sociale (fare il referendum) è stata comunque raggiunta (anche se con l’insuccesso).
2. La natura trasversale di quel comitato impedisce di immaginare che da esso possa nascere un soggetto politico unitario. Sarebbe tradire la nostra ragione fondativa, quella che ritiene fondamentale proseguire sulla strada del bipolarismo, verso l’approdo bipartitico.
3. Ciò non toglie che il metodo trasversale sia stata una risorsa straordinaria e che le questioni ancora aperte siano tantissime (legge elettorale, riforme istituzionali, potere dei cittadini, liberalizzazione vera dell’informazione, ecc. ecc.)
4. Bisognerà dunque immaginare qualche formula per mantenere un’arena di confronto sui tanti temi generali che prescindono dall’appartenenza ad una o all’altra parte. Il lavoro di riflessione e di formazione di cultura politica per la democrazia bipolare è una risorsa fondamentale perché si formino pratiche coerenti con essa e si abbandonino i cascami nostalgici delle culture politiche della prima Repubblica. In questo senso studierò una proposta da offrirvi alla ripresa dopo la pausa estiva.
5. Nello stesso tempo però dobbiamo prendere atto che, con l’insuccesso del nostro referendum, si è definitivamente confermata la tendenza degli anni scorsi. Il referendum è ormai uno strumento inutilizzabile a causa dell’incidenza del quorum costituzionalmente previsto. Ciò priva le iniziative esterne alla politica di uno strumento fondamentale. Il declino della democrazia diretta, produce l’effetto di lasciare solo alla democrazia rappresentativa la responsabilità del cambiamento. E accentua la drammaticità dei problemi di quest’ultima, cui ho fatto cenno prima.
6. E’ necessario spezzare questo circolo vizioso e oggi l’unica possibilità è quella di incalzare più da vicino gli unici attori rimasti in gioco: i partiti. E’ un’impresa difficile, ma è l’unica possibile se si vuole sperare in qualche risultato e non limitarsi alla protesta. La fine del referendum non lascia alternativa. Da qui l’appello a tutti perché portino dentro i partiti i germi di rinnovamento che abbiamo coltivato con il movimento referendario. Ciò può avvenire con una militanza più prossima, ma anche con un’attenzione critica più vigile. Insomma è necessario che i partiti sentano la responsabilità di fronteggiare sfide che lo status quo vorrebbe nascondere. Bisogna svegliare dal torpore tutte le risorse positive che ancora esistono in questo paese e combattere a viso aperto i tanti sacerdoti della conservazione e del ritorno indietro.
A ciascuno dunque una responsabilità personale, che è però unita a quella dei tanti altri che hanno condiviso questo cammino insieme. Un’azione coordinata, ciascuno nel proprio campo, è l’unica possibilità che ci rimane di scuotere il gigante della politica dal comodo sonno in cui si trova, protetto dai tre bastioni che lo separano dalla vita reale dei cittadini.

Giovanni Guzzetta
 
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